Le settimane d’incertezza agli occhi di neve bianca
e una pesante corteccia di quel gelso in frammenti
partorito chissà da quanto tempo e a scaffale libro
che oggi il suo natale è un mezzobusto in carcere
un senso al suono che fu in seme al vento primo vagito.
Il silenzio che resiste fuori d’ogni codice attento teso
come reagisce un bimbo alle bugie fedeli quelle dei grandi
eroi d’una morale figlia assente quando le pare e piace.
Divengono e ritornano da segno a segno in battima le onde
per osservare e quasi mai fissare quel possedere la riva.
Senza requie noi stessi a garantire balbuzie e balbettii.
Andirivieni e nulla succede si è affacciato l’io ricominciare.
Ci sia o non ci sia.
Sembra stare tutto qui, il mondo
nella segreta lotta dei viventi
per uscire dal sonno
dal grembo oscuro della terra
un venir fuori a forza di braccia
e la forsennata speranza
che scavando si sveli alla vista
una bianchissima esplosione di cose
cose da portare in noi, per la vita,
dentro il cavo degli occhi.
Ora che è calma tutta l’aria intorno
e un fremito lontano, come un mare,
mi sveglia fuori dalla mente
l’inizio è camminare questa terra
questa distesa di radici bianche.
L’unica certezza sarà saperti
rifiorire improvvisa da una zolla
come una viola, un’impronta di luce
a cui ritornare per sempre.
Scavare un forse e rimuovere un deserto dì oasi che guarda e fessura vede
un fosso a bocca il mormorio dell’acqua il suo piacere di vivere sorgente l‘intera fronte.
Amaro giallo oro in una sola arcata a mano sciolta l’azzurro ferro bollente
pugnali e bombe nel letto accanto di solchi a stringersi i fianchi ritagli sostituzioni.
Fotografie d’errori le fotografie da punti interrogativi questi volti nebbie calme lagune
e mille amori spariti nemici nella soffitta dei segnalibri precisi e allineati visi ai balconi.
Il gambo un pò più lungo calice feste e applausi rovesciato in ritratti ai cattivi giochi.
Reciso il fiore.