L'Alma latina incendia le sue mute,
le contrazioni e le doglie, la pangea
che avevi offerto, intera da isolare,
si è sommersa sotto una landa nordica.
L'argilla che mi hai dato è creta, un cotto
che si spacca l'ocarina.
Eppure non è suono sepolto.
Mi basta un breve fiato, il tuo traverso,
- da sempre un capogiro sulle punte -
la scaletta di pietra che va al mare
di Torre delle Stelle,
e tutte le maree si fanno terme.
Quali mani quest'ora mi hanno reso,
non lo dico, ne mangio il cibo
e non ignoro la gelosia del vento,
il cozzare del ferro sulla porta.
Le nostre spiagge sono sempre nuove,
i nostri limiti invalicabili
sono le servitù che ci dobbiamo
per aderire meglio a questa terra,
dove leghiamo i piedi al mutuo dissapore.
La libertà che stringe e ci abbandona
è una cavalla bianca da domare,
e se ci riusciremo, tutto di te
diventerà un recinto, tutto su me
quel baio brado che cadde, e fu abbattuto.
Il cordone ch’annoda in mare e l’alta voce d’onda il frangere ripreso
da quell’infanzia bisogno d’essere barca e remo in secca sete al seno.
Di nostra madre da lunedì a domenica a raccontare d’un gatto i sapori
la seduzione lo stesso porto gomito a gomito la solitudine all’immaginare.
I fischi della radio un dialogo ai fruscii brividi di prima mano stai zitto taci
una balbuzie sinolo in ritardo unico e tutt’uno incompreso apnea stasi.
La posta la mancia fede di un se possibile rigo al tempo la stessa frase
per un francobollo in spiccioli pegno fiore reciso mai baciato intascato
dal malandrino di turno in terra sfogliata abbandonata sbadiglio dettaglio.
Il nostro mondo in mappamondo gomitolo rosario oggi al domani
quel crescere e il ritrovarsi in coda ad anni di questi passi e ripassi
nell’album di famiglia tutti allineati eguali figli e padri agli antenati.
A firmare d’assenza al battente l’andirivieni fili e crune d’ombre a filare
ad ogni balzo d’orizzonte fazzoletti nell’elastico sulle spalle malle marinai.
Al gancio l’oltre liso tra i più da indossare.