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Giusto ogni tanto

Giusto ogni tanto ci ripenso, o forse sarebbe meglio dire che lo sogno.
Incubo no, perchè dagli incubi ci si risveglia e si riprende contatto con la realtà.
Io invece lo sogno e al risveglio sento assalirmi la voglia immediata di casa, del colore delle pareti e persino dell'abbaiare del mio cane che vuole esser portato giù perchè anche lui deve liberarsi di qualcosa.

Mi riprendo quasi subito e mi aiutano i gesti automatici,quelli dove il pensiero non conta
e sei lì mentre non ci sei, stringere la caffettiera, accendere la tv per il tg del mattino prima di correre in ufficio.

Sentire il caldo del parquet con i piedi ancora scalzi mentre entro nella tua camera
mi attenua quella sensazione d'impazienza.
Tu dormi tranquilla, in quel letto cosi grande per te ma che ti piacque subito quando in quel piccolo negozietto d'antiquariato trovammo quella testata in ferro battuto che
conteneva le tue iniziali.
Dormi tranquilla e i fantasmi si allontanano ma sento la necessità di un gesto generoso
che riempia le mia mani prima di arrivare al cuore.
E il toccarti e sentire il tuo petto che soggiace al tuo calmo respiro ridona il ritmo alla mia vita.
Ed è allora che trovo tutti i motivi razionali per dire che il passato è passato, che il dolore può anche morire e non rimanere come cenere calda sempre pronta a riaccendersi.
Certi momenti,certe memorie non sono altro che pensieri inconsapevoli pronti a scomparire
al primo arcobaleno del mattino dopo una notte di pioggia.

Tu dormi tranquilla mentre pensieri ombrosi di una madre imperfetta si attenuano
alla luce di questo mattino.
Giusto ogni tanto.



pubblicato da Nuccia Di Giuseppe

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Oggi rileggiamo:
STANOTTE, LA NEBBIA

STANOTTE, LA NEBBIA


La vita, scandaglia un’altra notte pronta a far sentire la sua presenza; senza fare rumore gioca nel deserto e muta le dune di nebbia .
Il cancello arrugginito del tempo , si scardina e rotolando insegue i suoi spettri scomparendo nell’estraneità del silenzio, avvolto in un passato di maschere finte.
L’incomprensibile album , quello dei dubbi ricamati da mani di donna , disperde i suoi ingialliti fogli lontano , oltre i cirri che si sfiorano e si fondono in sottili respiri, inebriati dagli umori della resina .
Dietro il vetro della notte goccioline d’acqua sospese deviano la luce in tutte le direzioni.
La nebbia avvolta nel suo impalpabile manto non confonde i passi e assapora la vita rifuggendo le mezze tinte in cerca di uno scatto che fissi quell’incanto.
Non è solitudine l’ombra che si staglia sui sassi ricoperti di muschio, ma palpito d’anima che respira all’unisono con la voce del vento in questa notte che non è notte ma sentinella tesa all’ascolto di ciò che il mondo, nella luce, tace.

Dialogo, con la notte, nelle correnti ascensionali:

“…noi siamo gemelli, Notte,
perché tu riveli lo spazio e io rivelo la mia anima “. ( *)

“…se tendo l'orecchio nella notte,
è lui che sento parlare,
e le sue parole sono i battiti
del mio stesso cuore….” .(*)

(*) Kahlil Gibran).



pubblicato da Michela Tropea

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RACCONTI DI MITOLOGIA URBANA. Lilith

Satanina guardava la luna nascondersi dietro una scrematura di cirri. Era maledettamente bella.
Quella sera le costellazioni sembravano briciole di luce e Satanina le guardava perdersi dalla finestra, con le guance tra le mani e gomiti e seni poggiati sul davanzale. Il piccolo Alfio si era appena addormentato ed ora sembrava sognare sereno, proprio come il cielo. Lo guardò con tenerezza. Le sembrava così infinitamente piccolo che chiuse la finestra per paura che il vento della sera lo portasse via. Si avvicinò alla culla per guardarlo meglio e le venne voglia di allattarlo. Inavvertitamente diede un colpo alla culla, che cominciò a oscillare e cigolare. Il piccolo Alfio si svegliò di colpo con un pianto modulato. Lei lo sollevò con delicatezza e carezzandolo lo avvicinò dolcemente al rosa del suo capezzolo che lui afferrò e subito iniziò a succhiare avidamente, con morbide gengive sdentate. Satanina si sdraiò sul letto e poco dopo dormirono tutti e due. Venne la luce del giorno. Il telefono squillò. Satanina aprì gli occhi al terzo squillo. Al quarto afferrò il ricevitore: "... sono Manlio.." disse quella voce "senti dobbiamo vederci.. non ce la faccio più senza di te e il bambino" Satanina non rispose, attese in silenzio, lui continuò: "Senti lo so che non dovrei chiamarti ma davvero non ce la faccio, io senza di voi non sono niente... ho provato a suicidarmi ieri notte.. ci sei?" Satanina si era spaventata, ma rispose piano: "..Sì.." Ancora qualche secondo di silenzio, poi lui tuonò: "Dimmi qualcosa, per Dio! Io non ce la faccio così, lo vuoi capire?". Satanina rispose subito e con altrettanta forza: "Manlio ascolta, io te l'ho già detto che non voglio vederti. Te l'ho già detto. Alfio sta bene, io sto bene. Finché non ti vediamo noi stiamo bene, noi stiamo benissimo, hai capito, hai capito o no pezzo di merda?" disse urlando "E non richiamare più o chiamo le guardie! Stronzo!" Silenzio, poi Satanina riagganciò il telefono. Il piccolo Alfio aveva ricominciato a piangere dal letto e Satanina corse da lui, gonfia di latte e di amore. La storia tra lei e Manlio era iniziata per caso, non ricordava più quanto tempo prima, forse quando si erano scoperti soli e ubriachi e una violenta passione li aveva trascinati fuori dal locale in un vortice di tentacoli, sangue e saliva bollente. Lei l'aveva afferrato con violenza, afferrandogli il pene che si era gonfiato e spingeva con forza contro i jeans.Lui le aveva sollevato il reggiseno da sotto la maglietta strizzandole forte i capezzoli, che erano diventati duri come noccioli di ciliege e rosa come peonie ad aprile. Fu in quel momento che lei sentì il serpente infernale iniziare a muoversi dentro l' intestino, risalirle l'ano e fustigarle la vulva con la coda biforcuta. Non capì più nulla e volle solo che quel fallo entrasse dentro di lei, per ricacciare il drago nella caverna. Gli sbottonò i pantaloni, infilandogli una mano dentro le mutande e prese ciò che voleva senza esitazioni, scostandosi le mutandine e facendolo entrare dentro di lei. Lui, quasi immobile, rigido, rimase abbacinato di fronte alla potenza di quel fuoco che lo cavalcava contro il muro dominandolo, misteriosamente complice di quella notte silenziosa e senza luna. Il suo profumo era dolce e sapeva di rosa. Satanina lo guardò morire quella prima volta e capì di essere follemente innamorata di lui.
Il telefono squillò ancora ma Satanina non rispose. Il piccolo Alfio era seduto sulle sue braccia e osservava quei ricordi volteggiare nella stanza con grandi occhi neri di cerbiatto che sembravano gocce di inchiostro intrappolate nel vetro. Satanina lo guardò commossa e sorridendo lo strinse forte. Il telefono continuava a squillare. Quel suono metallico scandiva il suo malessere aumentandone l' intensità ad ogni squillo. Una rabbia sorda e silenziosa le irrigidì il petto e le mani, tanto che il piccolo Alfio se ne dovette accorgere subito perché chiudendo gli occhi e diventando sempre più rosso iniziò a strillare contorcendosi come un gatto. Satanina lo strinse ancora più forte contro il suo seno caldo, continuando a sorridere e a piangere, con amara dolcezza. Fece molta fatica perché il piccolo aveva una forza straordinaria e le faceva male, rifiutando a calci il suo amorevole abbraccio di madre. Le braccia si strinsero in una morsa rabbiosa, sentiva le lacrime scorrere in piccoli rivoli salati fino alle labbra e trasformarsi in acido e sangue. Il cuore le pulsava con violenza e il respiro si faceva sempre più grosso. Strinse fino a farsi male, strinse con una forza segreta, strinse finché non sentì cedere ogni resistenza in un dolce abbandono. Quindi guardò in basso. Tra le sue braccia una bestia insanguinata, simile a un capretto scuoiato, con enormi occhi bianchi sbarrati e un minuscolo pene in erezione la abbracciava privo di vita. Lo lanciò a terra con disperata ferocia, in preda al terrore e al disgusto, e corse fuori dalla stanza. Ma inciampò, e cadde. Ci fu un attimo di pace, di silenzio sospeso, il telefono smise di squillare e Satanina si sentì improvvisamente sciogliere e liberare da mille demoni. Il pensiero non le ubbidiva, nemmeno il corpo le apparteneva più, contratto in spasimi violenti, e tutto fu avvolto da una nebbiolina gialla e malsana. Il piccolo Alfio era morto: era di nuovo sola, e umida di piacere. Mentre si rialzava a fatica, asciugandosi le lacrime col dorso della mano, vide un lampo nero strisciare sul pavimento e infilarsi dietro la porta con un sibilo. Il telefono squillò di nuovo. Si svegliò di soprassalto, madida e ansimante, in piena notte. Sentì un vento caldo che le accarezzava il corpo con voluttà e si accorse che la finestra era aperta. Si alzò, chiuse la finestra e staccò il telefono. Da quella notte Satanina non amò più nessun uomo e non mangiò più carne di capretto.

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pubblicato da Luca Perrino

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