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diario di bordo

Ho deciso di tenere un diario di bordo dal momento in cui, guardandomi allo specchio, ho scoperto di essere diventata una barca; prima scrivevo un diario normale.
L’ho fatto per anni ed anni: dalle emozioni dell’adolescenza fino alle prime lacrime di un matrimonio – come dire?- solitario e decisamente inappagante.
Chi pensa che ci si sposi in due, pensa male e se vero, come è vero, che “a pensar male sarà anche brutto, ma raramente si sbaglia”, in questo caso specifico il detto andreottiano per antonomasia, si risolve in una gran cazzata.
Pazienza, Giulio: capita a tutti, almeno una volta nella vita.
Tornando al presente, direi che nel vasto panorama navale, l’imbarcazione che più si presta a rappresentarmi sia decisamente la fregata, per una serie di motivi validi:
trattasi di nave da guerra –e cazzo, se io non lo sono- con tre alberi e tre gabbie –e in effetti ho marito e due figli: decisamente le gabbie sono tre – e ben due batterie di cannoni – e per lo meno a stazza, ci siamo ancora, come diceva il buon De Gregori in una delle più belle canzoni che mai siano state scritte nel secolo corrente.
In più, il nome stesso della nave assume una variante nel significato che ben si addice alla storia della mia vita, dove non ricordo un sogno od una aspirazione che alla lunga, dopo il giusto periodo di gestazione, speranza e fatica, non si sia risolta, appunto, in una fregatura.
Sissignore, la fregata fa per me assai più della sinuosa canoa, della (per ora) eccessiva portaerei, della mignottesca jole, che passa veloce da un conduttore all’altro, dell’etnica piroga e dell’allegro (come cazzo si chiama?) vaporetto da fiume (ce l’ha un nome, lo so, ma siccome oltre che grassa sono anche vecchia e rincoglionita, al momento non me lo ricordo)
Nemmeno potrei scegliere un barcone da pesca, benché la sciatteria dondolante delle fiancate renda abbastanza bene l’idea dello sfascio imminente: mancano le gabbie, specchio perenne della mia esistenza e il legno usurato delle vecchie barche ha una eleganza antica che il mio corpaccione sgraziato non possiede.
Quindi è la fregata la barca che più mi si addice: austera e combattiva, pesante ed armata, ingabbiata ma veleggiante di sogni in cima ai tre alberi dondolanti nel vento.
E i sogni, si sa, sono entità a parte: non c’è lardo né gabbia che possa fermarne il volo.
Tant’è: mi manca un nostromo ed anche un mio-mo. Essenzialmente manca l’omo in sé, sapiens o insipiens che sia, ma vista l’insostenibile leggerezza del genere maschile nonché il graduale degrado della categoria, tutto sommato, l’assenza quasi non si nota
Sono in effetti nave ed equipaggio, mezzo nautico e mozzo, timoniere e cuoco.
I passeggeri, di contro, fanno nucleo a sé, spaparanzati sulla tolda e ben distinti dalla ciurma, ognuno intento alle proprie, irrinunciabili occupazioni; ognuno preso dalla soddisfazione del suo temporaneo, incoercibile bisogno.
Io navigo e basta, seppure con moderazione: essersi rotta le balle, infatti non presuppone che una rotta ci sia, né che la mia parte timoniera, quand’anche una mappa fosse nascosta da qualche parte, sia in grado di seguirla con successo.
Questo è: nell’anno di grazia 2009, la fregata ammiraglia Teresa, ruppe gli ormeggi, issò le vele e, come d’incanto, prese il vento, dopo mesi e mesi di calma piatta.
Ora tondeggia in alto mare con andamento lentissimo ed incostante, ma è sempre meglio di nulla, no?
Se tutto va male e persino la fregata prende l’andazzo dell’ennesima fregatura, potrò sempre rivolgermi ad un centro estetico marittimo e gonfiarmi viso e labbra come un gommone.
In fondo, fa tendenza ed io per tendere, tendo, belli miei.
Oh, se tendo…talmente tanto, che a volte ho l’impressione di scoppiare…



pubblicato da Maria Teresa Sampietro

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BIVACCO in...versi

RESTO QUI

Il vento tutto porta via
ed imperversa la tempesta
ma io bivacco qui

dove il profumo della vita
già tinge lacrime di azzurro
e il sole tocca l'acqua:

è qui che so inventare il tempo
e sorridere un pò sfogliando
odori e pane fresco.



pubblicato da Michela Tropea

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Oggi rileggiamo:
A proposito

A proposito delle rose Chapeau de Napoleon, dicevo.
E' una rosa antica, traboccante di petali, rotonda, fitta di sfumature carnee, dal profumo sottile, fragrante, gioioso, vestita di sottovesti abbondanti, una gonna settecentesca, talmente fitta di petali che potrebbe essere sfogliata all'infinito senza tema che si arrivi al cuore.
Una rosa talmente traboccante di sè che piega il ramo che la conduce al suolo quando è matura e sicuramente in quel pieno sbocciare vedresti che appena, appena, un attimo prima che si spogli da sola, potresti scorgerne il segreto, rorido come una giornata di sole dopo la pioggia, con tutti i suoi arcobaleni circolari, turgida, come un sogno appena, appena, poco prima che sparisca.
Ho voluto che, io stucchevole, tu ne spargessi il letto, deliziosa morbidezza.
Ho voluto che insieme a me ne scansassi quelle carni per guardare le mie, per apparire come su un letto di principessa, sulla quale appoggiare il contorno dei tuoi occhi.
So che hai ciglia delicate e sguardo ruvido, so che hai mani sensibili perché le so esattamente collegate al sogno.
So che mi confonderebbe.
Nessuna parola metterei sul tuo silenzio d'oceano.



pubblicato da Patrizia Solazzi

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Una volta al mese

C’è un ristorante, in un borgo fra Milano e Piacenza, ricavato da una vecchia casa in pietra. Specialità della casa: affettati e gnocco fritto. Io e mio padre ci incontriamo sempre qui, la terza domenica del mese, a pranzo. Da anni.
Quando arrivo lo trovo già seduto, sceglie un tavolo con vista sull’ingresso. Dice che gli piace vedermi arrivare. E’ impeccabile come al solito. Completo grigio, cravatta rosso scuro. Quando ero ragazzo mi chiedevo se facesse anche la doccia vestito di tutto punto.
-Ciao pa’, come va?.-
-Abbastanza bene e tu? Ti trovo meglio dell’altra volta.-
-Sarà perché ho ripreso a giocare a pallone.-
-Già.-
-Già.-

Nessuno dei due ha mai parlato molto e, poi, non è che sia rimasto troppo da dire.

Prendiamo il menù, lo guardiamo per un po’. Poi, come in cerca di una vecchia confidenza, diciamo a Marco, il proprietario: -fai tu.-
Domenica scorsa mentre aspettavamo gli antipasti, al nostro tavolo, si è avvicinato un uomo.
Aveva un’aria strana, vagamente desolata. Alto e magrissimo, la faccia scavata e un gessato che pareva averne viste troppe.
-Scusate se mi intrometto.- Ha detto con forte accento emiliano.
-Prego.- Gli ha fatto mio padre.
-Vengo qui tutti i giorni. Ma oggi proprio non riesco a mangiare da solo.
Mio padre l’ha guardato per qualche istante. Poi ha guardato me, ha sorriso e ha detto:
- prego si sieda..-

L’uomo, avrà avuto sessantanni o giù di lì, si è seduto come se fosse la cosa più normale del mondo e ha cominciato a parlare come se ci conoscesse da anni. Questo arriva e in poco più di un’ora dice più cose di quante io e mio padre ce ne siamo dette nell’ultimo anno. Ha raccontato tutta una storia di quando era giovane e aveva ricevuto un vigneto in eredità. Di che qualità portentosa di Gutturnio producesse. Un vino, raccontava, che avrebbe resuscitato i morti. Un profumo a cui nemmeno un astemio avrebbe resistito. Anni meravigliosi, diceva, anni felici. Vino e felicità. Di pari passo. Più vino produceva, più le cose gli giravano bene.
- Poi cos’è successo?- ha detto mio padre, interrompendolo.
Il volto gli si è rabbuiato, ma solo per un attimo, e ha risposto: -Poi è cambiato il vento.-
Così, semplicemente.
-Adesso devo proprio andare- e ha messo i soldi del conto sul tavolo.
-Prenda almeno un caffé.- Ho detto senza troppa convinzione.
-No, si è fatto davvero tardi, grazie della compagnia, arrivederci.- Si è alzato ed è uscito.

Dopo un po’ io e mio padre abbiamo fatto due passi fino alla sua macchina, senza dire nulla. Arrivati al parcheggio, ho detto:
-certo che era un tipo strano.-
-No, non era stano, era solo.-
Ci siamo abbracciati, poi lui è salito in auto. Ha messo in moto ed è partito.
Credo non gli piaccia vedermi andar via.



@gianni montieri



pubblicato da Gianni Montieri

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