“Ti vuoi alzare? Guarda che non aspettano te, in chiesa.”
Mamma urla sempre. Lei è già vestita, tutta rosa. Pure le scarpe sono rosa. Bleah!
“Dove sta il mio vestito?” le domando. Sono ancora sotto le coperte.
“La tua sahariana è di là, sul mio letto. Io non ti capisco proprio. Non si è mai visto un comunicando vestito con la sahariana. E io, cretina, che te l’ho pure comprata. Mi hai fatto una testa così!”
Mi piace quel vestito. Io volevo pure la frusta e il cappello ma mamma ha detto no. Le scarpe le ha scelte lei. A me fanno schifissimo perchè hanno una fibbiona schifissima. E poi sono marrone e a me non...
“Alzatiiiii!”
Cavolo. Si è arrabbiata.
Eccola là, quella stronza. Mi sta guardando come un serpente morto. Sto per ricevere il Corpodicristo.
“Il Corpo di Cristo”
“Amen” rispondo.
Madonna. Il Corpodicristo mi si è appiccicato al palato.
“Padre nostro che sei nei Cieli...” Ma è questa la preghiera che devo dire? Non me lo ricordo.
No. Al ristorante quella stronzissima non ce la voglio! Suor Maria Clotilde si siede a fianco a me.
“Ti ho guardato tutto il tempo della messa. Sei stato davvero bravo” mi dice.
Le puzza il fiato.
“Ho un regalo per te” mi sussurra in un orecchio.
Porca miseria. Ma che si è mangiata una rondine morta?
“Grazie Suor Maria Clotilde.”
E che ci faccio con un Rosario? Mi sembra di plastica. Madonna quante palline ci sono. Meno male che Don Pietro non è venuto. Sennò mi regalava pure lui un altro rosario di plastica. Il regalo più bello è quello di mamma e papà. E’ proprio bello quest’orologio. Bellissimissimo. Sono le 2 e 42 e 27 e 28 e 29 e 30 e 31 e 32...
“Le vuoi dare o no, le bomboniere?” mi dice mamma.
Mi fanno schifo! Questo cigno di vetro lo affogherei. Però i confetti sono buoni.
Oh, oh. Ecco Don Pietro.
“Ora sei un soldato di Cristo! Vedrai che da oggi diventerai più buono” mi dice. Pure a lui puzza il fiato. Ma a lui di anice.
“Ho un regalo per te” mi dice e mi accarezza la nuca.
Che palle. Sicuramente sarà un altro rosario. Oh. Ma è un crocifisso. Quanto sangue. 1, 2, 3 chiodi. Ha tutto il petto insanguinato. Ha gli occhi celesti. Mi fa un po’ paura e poi...
“Lui ti proteggerà sempre. Tutte le sere, prima di andare a letto ti inginocchierai e dirai le tue belle preghiere davanti al Crocifisso” mi dice sorridendo come un pollo morto e mi accarezza una guancia.
Io il prete non lo farò mai.
Arriva la torta. E’ bellissima. Tutta con la panna e le fragole. Come piace a me.
Mio cugino Marco fa lo sgambetto al cameriere.
Oh! Tutta spiaccicata a terra.
“Ma porca di una puttana troia bastarda!” urla il cameriere.
Io e tutti i miei cugini scoppiamo a ridere.
“Sei sempre lo stesso. Non cambierai mai. Vergognati! Ah, ma ti raddrizzerò io. Te lo giuro. Su Dio!” mi sussurra la stronzissima. E fa finta di ridere pure lei.
Vaffanculo a te quella schifa di scuola.
“Stronza!” le sussurro in un orecchio. E rido pure io. Spero che pure a me mi puzzi il fiato. Ahhhhhhhhhh!
“Mascalzone!” urla alzandosi dalla sedia Suor Maria Clotilde.
Tutti si girano verso di noi.
“Che cosa le hai detto?” mi chiede mio padre con due occhi con i denti.
“Niente. Lo giuro su Dio!”
Quella stronza mi dà uno schiaffo fortissimo ed io sento un dolore all’orecchio.
I miei cugini ridono tantissimo. Mamma e papà hanno la bocca stretta. Tutti scuotono la testa.
Mi vengono un po’ di lacrime. Questa comunione mi fa schifo.
"Che ora è?" - mi aveva chiesto poco meno di due mesi fa, incrociando la mia strada per la prima volta sotto un enorme cartellone pubblicitario.
Mentre lo diceva gli si arricciava il naso adunco, la cui punta si schiacciava e si muoveva lateralmente, quasi a scatti. Le orecchie sporgevano dai radi capelli mal pettinati e dalla sciarpa maldestramente gettata su un vecchio cappotto di lana.
Certamente non sono il tipo che bada a questi particolari, ma il fatto che fosse estate e che il termometro segnasse quaranta gradi, mi costrinse a guardare meglio quella strana figura che mi si parava davanti.
Credo di non avere risposto alla sua domanda sull'ora e credo anche, alla luce degli eventi successivi, che lui sapesse perfettamente che ora era in ogni attimo della sua giornata, ma questa è solo una mia illazione ed io voglio tenere in considerazione solo i fatti per riuscire a capire bene la situazione in cui mi trovo oggi.
Gli chiesi di andare a bere una cioccolata calda: mi sembrava in sintonia con il suo abbigliamento ed io mi sono sempre ritenuto un uomo che offre agli altri quello di cui hanno bisogno e non quello che reputa giusto in assoluto. Oggi sono costretto a ricredermi: non è detto che quello di cui le persone hanno bisogno sia quello di cui manifestano l'esigenza, ma questa è quasi un'altra storia e non ho molto tempo.
"Mi piace il freddo" - mi disse - "e se ricreo tutto il contesto del freddo, allora sento e sentirò freddo ogni volta che voglio. Non puoi essere certo che io sia pazzo, né che non lo sia," - aggiunse - "né puoi essere certo della stessa pazzia. Forse nemmeno della morte puoi essere certo. In effetti né io né tu sappiamo se l'altro è vivo, oppure se lo siamo noi."
Nello stesso istante in cui lo guardai bene in quegli occhi trasparenti e profondamente inabissati nel volto, decisi che dovevo seguirlo, anzi che dovevo condurlo, e lo accompagnai con il braccio verso il corso principale in cerca di un caffè dove sedermi con lui a chiacchierare. Fu proprio allora che il cartellone cadde alle nostre spalle, fracassando in mille pezzi la sorridente ragazza in bikini che mi aveva spinto a fermarmi lì sotto.
Continuammo come se nulla fosse successo, ci sedemmo ad un tavolino in una piazzetta sorridente di gerani alle finestre e ordinammo due cioccolate calde.
"Il tempo ci uccide e il tempo ci fa vivere." - mi disse all'improvviso - "Ma se ci rifletti bene, in fondo siamo noi a fare vivere lui e questo è uno scambio che ci dà qualche potere sulla vita."
Non gli risposi, non avrei saputo cosa dire, non capivo che potere potesse mai darci, ma le nostre conversazioni erano state così dal primo momento: lui non sembrava attendere una risposta ed io non desideravo darla. Mi sembrava di essere uno di quei gerani rossi intorno a noi: avevo bisogno di acqua e non di ringraziare per averla avuta. D'altra parte lui sembrava volere lo stesso ringraziamento che si può pretendere da un fiore: che viva e cresca con l'acqua che gli dai.
Per due mesi ci vedemmo ogni pomeriggio alle quattro in quel bar. La temperatura si abbassava, ma lui non sembrava notare la differenza: aveva il controllo sul tempo, anche da un punto di vista meteorologico. Fu lì che incominciai a pensare che in fondo doveva esserci una ragione se c'era uno stesso nome per le due cose.
"Non è un evento ad ucciderci, nemmeno la vecchiaia," - mi disse un altro giorno - "ma la nostra paura che l'evento accada. Lì, nella paura, immobilizziamo il tempo dentro di noi, lo uccidiamo, ed il tempo si vendica uccidendo noi."
Un'altra volta ancora si rovesciò addosso la cioccolata e lo vidi perfettamente, ma vidi anche, una frazione di secondo dopo, il bicchiere pieno sul tavolo e nessuna traccia di cioccolata sul suo cappotto.
"Il tempo è una misura discontinua e infinita: gli istanti non hanno una sola dimensione: in un battito di ciglia muoiono mille uomini da una parte del mondo e non succede nulla dall'altra. Tu hai visto cadere il bicchiere e questo nessuno può cambiarlo, ma io ho cancellato la caduta del bicchiere dal mio lato del mondo e questo nemmeno il tempo può cambiarlo. Il tempo vive anche di me e questo mi dà un potere su di lui, te l'ho già detto. Io non lo fermo mai perché fermerei anche me stesso, ma ho scoperto che posso farlo passeggiare avanti e indietro e che posso farlo accelerare o rallentare quando voglio."
Nemmeno questa volta gli dissi nulla, era come se nessuna idea fosse impossibile vicino a lui, come se lui avesse scelto me per non essere più solo e che mi dicesse solo quello che già dentro di me in qualche modo sapevo.
L'unica cosa a cui cercavo di pensare, tornando a casa ogni pomeriggio da mia moglie e dalle mie bambine, era: "Perché? Perché l'ho incontrato, perché sta succedendo? Perché capita a me che ho sempre vissuto il tempo come se fosse un intervallo fra la morte e la morte, uno scherzo del destino, un prestito con interessi smisurati in dolore e perdita?"
Ed è ancora questo che mi chiedo adesso, sotto questo cartellone, fra i pezzi di una ragazza in bikini, e devo decidere se sono passati veramente due mesi, se quel naso con la punta elastica è esistito, se è inverno o estate, se posso prendere il mio lato della vita e fargli fare una corsa indietro ed un'altra avanti mentre le mie bambine fanno merenda con calma e mi aspettano. Devo decidere se è vero l'angolo di cappotto che intravedo fra gli strappi di cartone e acciaio e se la cioccolata è caduta, o cadrà, e se fa differenza il tempo del verbo o solo la mia paura.
Adesso devo decidere se credere di essere ancora vivi è già vivere.
La rabbia verso il nemico è svanita. La battaglia è stata dura, aspra come non avrei immaginato.
C’era un freddo intenso stamattina, tra i cespugli secchi e i sassi. Le dita facevano male a stringere il fucile e ci si rannicchiava dentro ai buchi a mordere il fango congelato come nel ventre di una madre morta. Ho urlato ogni volta che sparavo e volevo che col fiato se ne uscissero i pensieri.
Ora che il combattimento è finito ho qui davanti a me due prigionieri e un ordine da eseguire.
Seduto sopra un muretto di pietre fumo lentamente una sigaretta. Quando l’ho finita, lancio il mozzicone lontano e ne seguo la traiettoria ad arco.
Mi alzo e mi avvicino a quei due.
Non sono più nemici, per me, ma uomini sconfitti e stanchi, impauriti e sporchi come me.
Stanno in ginocchio, le mani legate dietro alla schiena e aspettano.
Uno, avrà vent’anni, ha un graffio sulla guancia e tace. I suoi occhi, ha un leggero strabismo in quello sinistro, si muovono con lentezza dal mio viso alle mani che impugnano il fucile mitragliatore e di nuovo al viso. Due occhi grandi, sgranati, non riesco a vedere altro sul viso.
Il secondo, più vecchio, guarda gli alberi oltre le spalle e parla in fretta. Ogni tanto si ferma per prendere fiato, poi continua, come se corresse. Si sporge in avanti, quanto gli consente la scomoda posizione e punta col mento.
Si chiama Armando e abita lontano da qui, nella direzione di quegli alberi. E’ come se la vedesse quella casa, come se fosse proprio lì, appena dietro ai rami. Mi giro a guardare.
E’ lì che vive, da quando è nato, anche suo padre, ora anziano, vi ha trascorso tutta la vita.
C’è anche la bottega dove lavora, di fronte a casa. Lui è un liutaio, anche suo padre lo era, ma ora gli tremano le mani e non riesce più a lavorare. Però, una volta, era molto bravo.
Mi avvicino ancora un po’.
Lui piange, ma continua a parlare.
Sua moglie, è sposato infatti, sua moglie si chiama Sara insegna alla scuola elementare. Hanno un figlio di undici anni. Ha solo undici anni, ma è già bravissimo a suonare il violoncello.
Io armo il fucile.
Lui alza la voce, quasi urla. Mi dice di aspettare. Mi dice che il figlio si chiama Giulio. Mi dice che l’hanno prossimo lo manderà al conservatorio. Che è un vero talento. Che potrebbe.
Sparo una raffica.
E pongo a questa storia la parola fine
Di solito uno scantinato è un luogo scuro.
Una cantina con la ”s”, ma un po’ più lunga.
Maschile e vuoto, ripetitivo e squadrato, pur nelle sue ombre grigie e metodiche, dove la polvere è una cosa certa, ferma e depositata, come sopra un pianeta mai visitato.
Lo scantinato è una periferia di un sottoscala, una precantina, oppure un annesso al piano inferiore.
Lo scantinato è un magazzino senza esserlo ufficialmente, come il corridoio di corsia d’ospedale.
E' un’ansia, un treno che si spegne e tace immobile, sul bordo di rotaie e pensiline sporche.
Lo scantinato è un ombra, come il margine di un concetto, come il depositarsi di un dolore stanco, scuro e molle come la madre dell’aceto, come una piega del ginocchio, come un’ ombra sotto le palpebre.
Lo scantinato è uno sguardo che tace, perché non sa, una parola che mormora per non farsi sentire, una meditazione inutile, un camminare vicino al muro quando si cerca di non esistere, semplicemente vuoti, privi di porte, di uscite, di finestre.
Lo scantinato assomiglia ad un balcone appoggiato al pensiero, affacciato ad un mormorio confuso, ad una frusciante stazione radiofonica in una lingua sconosciuta , ad una sotterranea vertigine senza scale, né profonde introiezioni.
Vagamente ci ricorda di noi quel passo silenzioso, che a volte, scandito dalla periferia di un concetto, si svuota d’ inconscio, rimanendo così, senza attesa, senza vesti, senza eco, senza sangue, senza noi stessi.