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Il fuoco dell'iperbole in prossimità del cielo
C'è un cono e mille vuoti di distanze
nel passo delle ore che percorro
sul plasma e il metaplasma: io trasformo
divergenze e convergenze eccentriche
in implosioni di coscienza.

Sopprimo e mi permuto per gli istanti
per gli attimi infiniti tra due lacerazioni.
Da un punto all'altro in linea retta
passando da un pensiero rotto a un altro intero
da un dire a un altro dire castigandomi.

Due punti fissi tra le ambiguità
si vanno a proiettare sulla carta
nell'asse cartesiano delle differenze
come se fosse colpa di Dio
questo scaturire di peccati al patibolo.

Vedo il naufragio dei destini
in queste pennellate macchiaiole
specializzate a infranger l'equazione
dando un valore assoluto anche all'eclisse
incisa sopra il tempo e sotto il tempo.

Nella costante ritmica tra due note
un tamburo martella...
...

......

ricordo con rabbia
qualche colpevole,
nessun responsabile,
una fenditura di vetro
di tutte le mani spezzate
che adesso e basta fa caldo.
Cristo, cos’è successo in stazione?
Pensi che ci faranno passare?
Ricordo con rabbia
la vacanza in Trentino,
e tutto il dolciastro
di una sola mattina,
siamo bravi a spostare,
commemorare va bene
l’orologio ancora puntato
all’ora e al giorno
della maggiore età dismessa

gioia sepolta


......

Fate Voi, il titolo è all'asta.
Vista da fuori sei come il cubo
di Rubik- non ridere- c'entra
nulla il tuo andare di curve
di seno alto di coscia affusolata
come un missile a difesa dell'intima
urna
-un cubo, dicevo, non culo,
di quelli tutti colori tanti piccoli
pezzi per ogni singola faccia da cubo.

Hai mille facce.

Facce dai piccoli volti tutti
occhi ingarbugliati
sterminati isolati complicati
che non si riesce
a capire il colore di uno solo o di due
e si vorrebbe fare a rimedio.

è così che ho cominciato a toccarti
la faccia bianca
due giri a destra uno a sinistra
sfila quello giallo dal centro

a ricostruirla a tentoni

a sfilare uva verdi
baci rossi e trucco blu dalle ciglia

perchè avessi il viso
soltanto d'un viso di bianco
di ciò che rimane del profondo <...
...

......

ARIA NELLE TASCHE
Era una di quelle giornate che si trasformano.
Giornate di sole e di vento.
Quelle che sembrano perfette.
Perfette per camminare tra le strade della città
tra pensieri ariosi.
Il vento giocava con l’acqua
e disegnava correnti impreviste
cancellava e riprovava nuove figure.
Lo stesso vento che rimodellava i miei pensieri
scuotendo i fondi torbidi per rimescolare e diluire
di ansia la mia serenità immobile.
Così, senza neanche accorgermene
si velava il mio sguardo e
il freddo fermava la penna nella mano
Quasi a dirle di fermarsi
che tanto presto
i fili d’erba sarebbero tornati a sorridere
Lasciare fumare l’ultima sigaretta al vento
Per offrigli la mia malinconia


......

cappio
Nel beccheggiare pigro del tempo
in un brandello buioluce
il mio tempo si inalbera
-infelice come un bambino solo
e si sogna diverso, accelerato
sulle montagne russe, senza fiato,
un deltaplano in estasi di volo.

E dopo

e dopo il buio torna evanescente
si concede alla luce che devasta
il mio limite estremo,
la maledetta corda d’ossa –stretta-
che preme a tormentarmi gambe e braccia
così ad un altro giorno e a un altro sole
io mostro i pugni e arrendo a un buio amico
come una ninna nanna senza voce.


......

Come possono rinunciare?
Come possono rinunciare
Mollare la presa lasciarsi andare
Fare in fretta due valigie
E tirare via attraverso la porta
Sparire?

Li senti, loro non hanno tempo
Di amarsi e perdono il bisogno
E siamo noi due così in fondo
Noi due che caschiamo male

Se pretendiamo ogni giorno
La stessa aurora intatta
E ci teniamo stretto stretto
Il vento
Che non ci lasci passare.


......

Incontri

Incontri

Il vecchio pedalava agile, vestito di stracci, mentre la bicicletta cigolava giringiro, lasciando dietro di sé soltanto un flebile ronzio. I capelli brizzolati sparsi, a rovi, davano alloggio a un sottobosco brulicante di mosconi, grossi come more. Alcuni di essi, sferzati dal vento, perdevano l’appiglio, smarrendosi in codazzo lanceolato.
Rimasi sorpreso notando che lo sconosciuto conduceva al laccio una nutria brunastra grande quanto un cane, la quale, nonostante il corpo tozzo, mulinava le zampette sopravanzando a tratti il velocipede.
Ad ogni lieve strattone, il guinzaglio di spago teso vibrava in mi minore.
Dooo-iiiiii-nnng…

Fu un attimo.
I raggi della bicicletta si confusero con quelli del sole pomeridiano e il vecchio cadde, seppure rialzandosi praticamente illeso. Non appena ebbe controllato le condizioni delle ruote, lo strano individuo tornò per qualche metro sui suoi passi, fermandosi davanti all’uscio di casa mia.
Puzzava di canale di scolo a cielo aperto. Intuendo lo spasmo pre-agonico della mia piramide nasale, il vecchio sorrise discolo e mi domandò.

- Scusi, dove è?

Puntai la zappa sul terreno e mi appoggiai col mento, chiedendo lumi.

- Chi?
- Lei… dov’è?
- Mia moglie?
- No. Le sto dando del lei, per una forma di rispetto, ma intendo tu: allora, dov’è lei?

Risposi perplesso.

- Io sono qui.

L’uomo rise, selvaggiamente, poi chiese ancora, con tono di voce ansioso.

- E quando è!?

Evitai di domandare ancora chi: il modo in cui quel vecchio mi fissava, non lasciava dubbio alcuno sul fatto che si riferisse sempre a me, con rinnovata deferenza. Improvvisamente si fece sera e i miei capelli s’incupirono, mentre esitavo il mio pensiero.

- Io sono qui e adesso.
- Oh....
...


pubblicato da Malos Mannaja

......

Come dire

Come dire
sai,
che stasera lei torna dalla clinica con il figlio maschio, avvolto nella coperta.
Lei, la bellissima signora, coi suoi capelli corti, magra ed elegante, a dirti, ecco tuo figlio-
E mentre lo deposita nella mangiatoia, tu sai che nessuna mano corrrerà stanotte lungo le sue coscie diventate segrete, fasciate di bianco e strette ai fianchi come bende.
E sai anche che il misterioso petto grande e pieno, scoperto e gemello non ti allatterà, sacrilegio rubar latte ai neonati, pur se sogni stanotte di essere Castore e di bere insieme a tuo figlio-fratello la colpa della sapienza,
E sai anche che non resterai a contemplar ferite, celate da millenni di sotterfugi, sangue proibito, segreti di donne che tramano figli, all'ombra delle tende, sollevate da terra , perchè essa non si risvegli a richiamare i diavoli ghignanti a rubar bambini, che avvolti in incensi contro il malocchio, corteggiano vecchie sciamane, perchè operino tatuaggi e segni, sulle nubili invidiose, che si fanno venire il latte per il figlio del re.
E sai che nemmeno ti verranno pensieri torbidi su quelle mani indiffarate a cambiar panni e sapienza sul figlio piccolo che geme, tanto si dimena nel cercare odori e sensi, calore e culla di braccia.
E sai che non scorrerà stanotte la tua nuova linfa, su quelle sue pose turgide, pur così belle e pulsanti di vita appena creata,.
Come dire,
sai,
che nessuno può desiderare di unirsi a tanta madre terra appena impastata, tu figlio inesperto, che non hai ancora imparato a diventare donna e madre,
e non sai che sei tornato da poco, da tanto, tanto lontano, mentre sgrani gli occhi su tutto questo mistero,
Lei lì, vicino a te, con il suo capo sdoppiato e immenso da tutta quella quella creazione, ti fa venir solo voglia solo di fuggire, tornar ragazzo,
a giocare con lo Shangai o tirare biglie contro il gradino del marciapiede, rotolandone prima il...
...


pubblicato da Patrizia Solazzi

......

facevano tutto da soli

Ero stato molte volte da Carla e Lucio e non solo quando cominciarono a litigare di brutto.
C'erano state, qua e là, anche delle serate tranquille.
Avevamo cenato insieme e finiva sempre che io e Lucio ci davamo sotto col wisky.
Carla non prendeva mai nulla di alcolico, al massimo un'aperitivo, e a tavola beveva solo acqua di rubinetto. Noi due invece arrivavamo al punto che poi era impossibile reggerci in piedi. Lucio finiva con l'addormentarsi sul divano e Carla doveva riaccompagnarmi a casa con la sua macchina. Non diceva mai niente, solo "buonanotte" quando scendevo.
Queste cose non succedevano tanto spesso. Una volta o due al mese, in media. E' ovvio che la mia auto rimaneva dalle loro parti per quella notte. Ma non c'era problema.
Il giorno dopo passavo a riprendermela io oppure ci pensava Lucio. In quel caso toccava a me riportarlo a casa, ma prima ce ne facevamo un paio in cucina a casa mia tanto per non perdere l'abitudine.
Tutto questo ci sembrava molto divertente e piacevole. Non voglio dire che eravamo sempre ubriachi. Questo non è vero. Lo eravamo ogni tanto, questo sì. Ma il più delle volte eravamo semplicemente di buon umore. Non proprio allegri e nemmeno spensierati. Solo di buon umore, se capite quello che voglio dire.
A quell'epoca io vivevo da solo e mi sembra che avessi un'infinità di tempo libero. Lavoravo tre mesi da una parte, tre mesi da un'altra e per altri tre mesi non facevo niente. Era cosi che andava, più o meno.
E per quanto mi riguardava, quel modo di di vivere mi stava benissimo.
C'era del ritmo, non so come dire. Non mi succedeva mai di annoiarmi troppo.
Per Carla e Lucio le cose erano completamente diverse. Lavoravano tutti e due nel negozio di autoricambi del padre di Carla e stavano lì dalla mattina alla sera. Non avevano mai voluto prendere un lavorante e facevano tutto da soli.
"Quei due " mi disse una volta i...
...


pubblicato da Aristide Bellacicco

......

Diciott’anni.

Diciott’anni.

Il giovane e candido – come poteva non esserlo a quell’età inclemente? – Carmine de’ Canegiari, vista ch’ebbe la giovane donna – un tantinello in odore di “cortigianeria”, a dirla tutta (ma non è forse talvolta un’inesorabile sollecitazione, per certe indoli palpitanti, in quel momento fiammeggiante e ondoso?) – se ne innamorò d’uno di quegli amori di cui si dice: “perdutamente”, e giurò a se stesso di non poter continuare a vivere senza sentire un’oppressione mortale nel petto ansioso se non ne avesse ottenuto i favori più intimissimi.
La sospirata dama-prigioniera-nel-castello-incantato in questione era la florida e legittima consorte di un discusso lontano parente, che le più elementari convenienze – prospera ancor’oggi la famosa matrona, chissà se tonificata dalle antiche brezze – ci vietano di nominare a tutte lettere.
Diguazzò non poco, la procace parentessa lontana, nel proverbiale brodo di – ( … ) – giuggiole, nel vedere il povero Carminello a tal punto arroventato, e poiché nella remota provincia insulare le distrazioni per una onesta – diciamo così – donna maritata non sono mai una di troppo, ella si ripromise di trarne un certo svago, almeno per qualche poco, secondo che prudenza consentisse.
– Mio giovane e focoso amico, – diceva la maliarda – tu mi ami, benissimo, e voglio crederti, ma io che ci posso fare?
– Come..! Lo sai bene cosa puoi farci…
– Beh, bah, in effetti credo di poter indovinare cosa ti aspetti da me, diavoletto, ma… se mio marito ci sorprendesse?
– Noi faremo in modo che non sappia nulla. Non ci sorprenderà. Chi è mai lui per mettere becco – disse proprio così, storpiando la pronuncia con una smorfia di disgusto – nel nostro meraviglioso amore, dal quale dobbiamo aspettarci le gioie più grandi, quelle che lui non potrà mai darti? Non saprà mai nulla, a meno che non lo informi tu. ...


pubblicato da Danilo Cannizzaro

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Francesca Pellegrino su: il nome delle cose
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prova vera di inesistenza, questa. Rileggo ancora.Che mica basta mai!
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Spazio arte
 
Geo-metrica( da Raccolgo)

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Geo-metrica
terracotta ingobbiata
inserti di rame sbalzato e metronomo
anno2008
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homeless

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Recensioni e saggi
 
LUCIO PICCOLO (a 40 anni dalla morte)
Il 26 maggio 2009 sono trascorsi quarant’anni dalla morte di Lucio Piccolo. Ecco di seguito due sue poesie seguite da un profilo biografico-critico.

* * *

SCIROCCO


E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga la striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate...
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TOTO’ GIULLARE PENSOSO
Il 15 febbraio del 1898 nasceva a Napoli Antonio De Curtis destinato ad assumere, con il nome d’arte Toto’, ruoli indimenticati: nel teatro, nella cinematografia e, più in generale, nella cultura italiana del ’900, anche da autore di poesie (non solo con “’A livella”) e canzoni (non solo con “Malafemmena”).
Qui, dopo alcune sue “chicche” poetiche, riporto mie valutazioni sull’eclettico personaggio e una lirica a lui dedicata.
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